
Favole
(“Racconti” – “Miti”)
Prologo
Da Caligine nacque Caos. Da Caos e Caligine nacquero Notte, Giorno, Erebo, Etere. Da Notte ed Erebo: Fato, Vecchiaia, Morte, Annientamento, Continenza, Sonno, Sogni, Amore -vale a dire Lisimele, Epifrone, Edimele -, Porfirione, Epafo, Discordia, Miseria, Impudenza, Nemesi, Eufrosine, Amicizia, Misericordia, Stige, le tre Parche, cioè Cloto, Lachesi, Atropo, e le Esperidi: Egle, Esperia ed Erica. Da Etere e Giorno nacquero Tello, Cielo e Mare. Da Etere e Tello nacquero Dolore, Inganno, Ira, Lutto, Menzogna, Giuramento, Vendetta, Intemperanza, Disputa, Dimenticanza, Paura, Superbia, Incesto, Battaglia, Oceano, Temi, Tartaro e Ponto; e i Titani, e cioè Briareo, Gige, Sterope, Atlante, Iperione e Polo, Saturno, Opi, Moneta, Dione; e le tre Furie, vale a dire Netto, Megera e Tisifone. Da Tello e Tartaro nacquero i Giganti: Encelado, Ceo ……, Astreo, Peloro, Pallante, Enfito, Reco, ……, Agrio, talemone, Efialte, Eurito, ……, Teomise, Teodamante, Oto, Tifone, Polibote, Menefiario, Abseo, Colofomo, Giapeto. Da Ponto e Acqua Marina nacquero le specie dei pesci. Da Oceano e Teti, le Oceanine, e cioè Estiea, Melite, Iante, Admeta, Stilbo, Pasifae, Polisso, Eurinome, Evagoreide, Rodope, tliride, Clizia, ……, Clitenneste, Meti, Menippe, Argia. Della stessa stirpe sono i Fiumi, cioè Strimone, Nilo, Eufrate, Tanai, Indo, Cefiso, Ismeno, Asseno, Acheloo, Simoenta, Inaco, Alfeo, Termodonte, Scamandro, Tigri, Meandro e Oronte. Da Ponto e Tello nacquero Taumante, Ceto, Nereo e Forcide. Da Nereo e Doride le cinquanta Nereidi: Glauce, Talia, Cimodoce, Nesea, Speio, Toe, Cimotoe, Attea, Limnoreia, Melite, Iera, Anfitoe, Agave, Doto, Proto, Ferusa, Dinamene, Dessamene, Anfinome, Callianassa, Doride, Panope, Galatea, Nemerte, Apseude, Climene, Ianira, Panopea, Ianassa, Mera, Orizia, Amazia, Drimo, Xanto, Ligea, Fillodoce, Cidippe, Licoriade, Cleio, Beroe, Efire, Opi, Asia, Deiopea, Aretusa, Climene, Creneide, Euridice, Leucotoe. Da Forcide e Ceto: le Forcidi, cioè Pemfredo, Enio e Perside (quest’ultima da altri è chiamata Dino). Da Ceto nacquero le Gorgoni: Steno, Euriale e Medusa. Da Polo e Febe: Latona, Asteria, …… Afirape, Perse e Pallante. Da Giapeto e Climene: Atlante, Epimeteo e Prometeo. Da Iperione ed Etra: Sole, Luna e Aurora. Da Satumo e Opi: Vesta, Cerere, Giunone, Plutone, Nettuno e Giove. Da Saturno e Filira: Chirone e Dolope. Da Astreo e Aurora: Zefiro, Borea, Noto e Favonio. Da Atlante e Pleione: Maia, Calipso, Alcione, Merope, Elettra e Celeno. Dal Gigante Pallante e da Stige: Scilla, Forza, Invidia, Potere, Vittoria, Sorgenti, Laghi. Da Nettuno e Salacia: Tritone.25 Da Dione e Giove: Venere. Da Giove e Giunone: Marte. Da Giunone senza padre: Vulcano. Da Giove ed Eurinome: le Grazie. Ancora da Giove e da Giunone: Gioventù e Libertà. Da Giove e Temi: le Stagioni. Da Giove e Cerere: Proserpina. Da Giove e Moneta: le Muse. Da Giove e Luna: Pandia. Da Venere e Marte: Armonia e Terrore. Da Acheloo e Melpomene: le Sirene, cioè Telsiepia, Molpe e Pisinoe. Da Giove e Climene: Mnemosine. Da Giove e Maia: Mercurio. Da Giove e Latona: Apollo e Diana. Da Tello: Pitone, il serpente divino. Da Taumante ed Elettra: Iride e le Arpie, cioè Celeno, Ocipete e Podarce. Da Sole e Persa: Circe, Pasifae, Eete, Perse. Da Eete e Clizia: Medea. Da Sole e Climene: Fetonte e le Fetontidi, cioè Merape, Elie, Eteria e Diossippe. Da Tifone ed Echidna: Gorgone, Cerbero, il mostro che custodiva il vello d’oro nella Colchide, Scilla, che aveva corpo di donna nella parte superiore e di cane in quella inferiore e che fu uccisa da Ercole, Chimera, la Sfinge che abitava in Beozia, il serpente Idra, che aveva nove teste e che pure fu ucciso da Ercole, e il dragone delle Esperidi. Da Nettuno e Medusa: il cavallo Pegaso. Da Crisaore e Calliroe: Gerione tricorpore.
Temisto
Atamante, figlio di Eolo, ebbe da sua moglie Nuvola un figlio, Frisso, e una figlia, Elle; da Temisto, figlia di Ipseo, due figli, Sfincio e Orcomeno; da Ino, figlia di Cadmo, altri due figli, Learco e Melicerte. Temisto decise di uccidere i figli di Ino, che le aveva sottratto lo sposo; perciò, si nascose nella reggia e quando giunse l’occasione propizia, convinta di uccidere i figli della sua nemica, uccise i propri per errore, ingannata dalla nutrice che aveva scambiato le vesti. Quando se ne rese conto, Temisto si suicidò.
Ino
Ino, figlia di Cadmo e Armonia, decise di uccidere i figli di Nuvola, Frisso ed Elle. Allora si consigliò con tutte le matrone e architettò di tostare le sementi perché non producessero frutti, in modo che, a causa della sterilità e della carestia, la città andasse in rovina, per la fame e le malattie. Atamante mandò a Delfi un emissario per interrogare il Dio su questo fatto e Ino lo indusse a riferire un falso responso: la pestilenza sarebbe terminata se Atamante avesse immolato a Giove suo figlio Frisso. Atamante accettò di farlo, e Frisso si offrì spontaneamente al sacrificio per liberare lui solo la città dalla sventura. Così, mentre si avviava all’altare ornato delle sacre bende e il padre si accingeva a invocare Giove, il messaggero, preso da pietà per il fanciullo, denunciò ad Atamante il piano di Ino. Venuto a conoscenza del crimine, il re consegnò nelle mani di Frisso la moglie Ino e il figlio Melicerte perché li uccidesse. Mentre li stava conducendo al supplizio, il padre Libero gli ottenebrò la vista e rapì Ino, che era stata sua nutrice. In seguito Atamante, reso folle da Giunone, uccise il figlio Learco, mentre Ino si precipitò in mare insieme all’altro figlio Melicerte. E Libero volle che fosse chiamata Leucotea, mentre noi la chiamiamo Madre Matuta, e che Melicerte fosse il Dio Palemone che noi chiamiamo Portolano. È in suo onore che ogni quattro anni si celebrano i giochi atletici detti Istmici.
Frisso
Frisso ed Elle, resi folli da Libero, erravano nei boschi. Si racconta che la loro madre Nuvola sia andata a cercarli portando un ariete dal vello d’ oro, figlio di Nettuno e Teofane, e che abbia detto ai suoi figli di montargli sulla groppa per rifugiarsi presso il re dei Colchi, Eete, figlio di Sole; lì avrebbero dovuto immolare l’ariete a Marte. Dicono che così avvenne. Dopo essere montati, mentre l’ariete li trasportava sopra il mare, Elle precipitò e da lei quel mare fu detto Ellesponto. Frisso invece giunse tra i Colchi; lì, secondo le istruzioni della madre, immolò l’ariete e pose il suo vello d’oro nel tempio di Marte, sotto la custodia di un drago: fu questa pelle che Giasone, figlio di Esone e Alcimede, andò a cercare. Eete accolse benevolmente Frisso e gli concesse in sposa la figlia Cal- ciope, che poi gli diede dei figli. Successivamente però Eete ebbe paura di perdere il regno, poi che un oracolo gli aveva predetto, interpretando alcuni portenti, che doveva guardarsi dalla morte per mano di uno straniero discendente di Eolo: così uccise Frisso. Allora i suoi figli, Argo, Frontide, Mela, Cilindro, salirono su un ‘imbarcazione per tornare dal nonno Atamante. Giasone li raccolse naufraghi sull’isola di Dia e li riportò presso la madre Calciope, che lo raccomandò a sua sorella Medea.
Ino di Euripide
Atamante, re di Tessaglia, convinto che sua moglie Ino, dalla quale aveva avuto due figli, fosse morta, sposò Temisto, figlia di una Ninfa, che gli diede due gemelli. In seguito scoprì che Ino si trovava sul Pamaso, dove era andata per partecipare alle cerimonie delle Baccanti; la mandò a prendere e quando gli fu condotta la tenne nascosta. Temisto venne a conoscere che era stata trovata, ma ignorava chi fosse. Concepì allora il progetto di uccidere i suoi figli; prese come complice proprio Ino, che credeva una prigioniera di guerra, e le disse di vestire i propri figli con vesti bianche e quelli di Ino con vesti nere. Ino però rivestì i suoi di bianco e quelli di Temisto con abiti scuri; allora Temisto, ingannata, uccise i suoi e quando seppe la cosa si suicidò. Atamante poi, in un accesso di follia, uccise il proprio figlio maggiore Learco durante una battuta di caccia, mentre Ino si precipitò in mare insieme al figlio minore Melicerte e divenne una Dea.
Atamante
Semele giacque con Giove e per questo Giunone fu ostile a tutta la sua discendenza. Così Atamante, figlio di Eolo, in un accesso di follia, durante una battuta di caccia trafisse suo figlio con una freccia.
Cadmo
Cadmo, figlio di Agenore e Argiope, incorse nell’ira di Marte perché aveva ucciso il serpente che custodiva la fonte Castalia. Dopo avere perso la sua discendenza, si trasferì in Illiria insieme alla sposa Armonia, figlia di Venere e di Marte, e lì entrambi furono mutati in serpenti.
Antiope
Antiope, figlia di Nitteo, fu sedotta con l’inganno da Epafo e per questo venne scacciata dal marito Lico; dopo il divorzio, Giove la possedette. Lico, dal canto suo, sposò Dirce, la quale fu presa dal sospetto che il marito avesse una relazione con Antiope; perciò ordinò ai servi di tenerla incatenata in un carcere buio. Quando la gravidanza fu al termine, per volontà di Giove fuggì dal carcere e si rifugiò sul monte Citerone; giunto il momento del parto, mentre stava cercando un luogo in cui dare alla luce il figlio, le doglie la colsero presso un bivio, dove partorì. Alcuni pastori allevarono i neonati come se fossero loro e li chiamarono Zeto, dal greco zeteis topos (“trovare un luogo”), e Anfione, perché ev diodo e amfoi odon eteken, ossia era stato partorito ad un bivio, o lungo la strada. Quando essi riconobbero la madre, legarono Dirce a un toro selvaggio e così la uccisero; dal suo corpo nacque una sorgente sul monte Citerone che viene detta Dircea, per grazia di Libero del quale era stata Baccante.
La stessa, di Euripide (scritta da Ennio)
Antiope era figlia di Nitteo, re di Beozia; sedotto dalla sua bellezza, Giove la rese gravida. Il padre la voleva punire per quello scandalo e la minacciava di morte; allora Antiope fuggì. Per caso, giunse nello stesso luogo in cui si trovava Epafo di Sicione, che la portò a casa sua e la sposò. Nitteo se ne risentì e al momento di morire obbligò per mezzo del testamento il fratello Lico, al quale dava in eredità il regno, a non lasciare Antiope impunita. Dopo la sua morte Lico giunse a Sicione, uccise Epafo e condusse Antiope prigioniera sul Citerone; qui ella partorì due gemelli che furono educati da un pastore il quale li chiamò Zeto e Anfione. Antiope fu consegnata a Dirce, sposa di Lico, perché la tormentasse; ma colse l’occasione per fuggire e raggiunse i suoi figli, uno dei quali, Zeto, la respinse credendola una schiava fuggiasca. Nello stesso luogo arrivò Dirce, per un baccanale in onore di Libero; ella trovò Antiope e la condusse a morte. Ma il pastore che li aveva allevati informò i due giovani che quella era la loro madre e subito essi si gettarono all’inseguimento e la liberarono. Quanto a Dirce, la legarono per i capelli a un toro e la uccisero. Erano poi sul punto di uccidere Lico, ma ne furono impediti da Mercurio il quale nello stesso tempo ordinò a Lico di consegnare il regno ad Anfione.
Niobe
Anfione e Zeto, figli di Giove e Antiope, figlia a sua volta di Nitteo, per ordine di Apollo costruirono le mura di Tebe sino al sepolcro ardente di Semele e mandarono in esilio Laio, figlio del re Labdaco, per governare loro stessi. Anfione sposò Niobe, figlia di Tantalo e Dione, dalla quale ebbe sette figli e altrettante figlie. Niobe pregiava la sua prole più di quella I di Latona e si esprimeva in modo arrogante nei confronti di Diana e Apollo: una (diceva) vestiva come un uomo, mentre l’altro portava una veste svolazzante e capelli lunghi; lei stessa, inoltre, sopravanzava Latona per numero di figli. Per questa ragione Apollo trafisse i suoi figli mentre cacciavano nei boschi e Dia na uccise tutte le figlie nella reggia ad eccezione di Cloride. Si racconta che allora la madre, privata dei figli, per il gran piangere divenne di pietra sul monte Sipilo e che ancora oggi colano le sue lacrime. Anfione poi, mentre tentava di impadronirsi del tempio di Apollo, fu trafitto dal Dio.
Cloride
Cloride fu l’unica a salvarsi tra i sette figli di Anfione e Niobe. Ella sposò Neleo, figlio di Ippocoonte, dal quale ebbe dodici figli maschi. Quando Ercole espugnò Pilo, uccise Neleo assieme a dieci suoi I figli; l’undicesimo, Periclimeno, per intercessione di Nettuno sfuggì alla morte, essendo stato trasformato in aquila. Il dodicesimo, Nestore, che combatté a Troia, si dice abbia ottenuto per grazia di Apollo il privilegio di vivere per tre generazioni, perché il Dio concesse a Nestore tutti gli anni che aveva strappato ai fratelli di Cloride.
I Niobidi
Lerta, Tantalo, Ismeno, Eupino, Faidimo, Sipilo, Chiade, Cloride, Asticrazia, Siboe, Sictotio, Eudossa, Archenore, Ogigia. Questi sono i figli e le figlie di Niobe, moglie di Anfione.
Pelia
A Pelia, figlio di Creteo e Tiro, un oracolo aveva preannunciato che, se durante un sacrificio a Nettuno fosse sopraggiunto un monosandalo - vale a dire un uomo con un solo calzare -, si sarebbe avvicinato il momento della sua morte. Mentre egli stava celebrando il sacrificio annuale in onore di Nettuno, Giasone, figlio di Esone, fratello di Pelia, desideroso di partecipare al rito, perse un calzare attraversando il fiume Eveno, e per arrivare velocemente alla cerimonia non se ne curò. A questo spettacolo Pelia, memore dell’oracolo, gli ordinò di andare a prendere dal nemico re Eete il vello d’oro dell’ariete che Frisso aveva sacrificato a Marte in Colchide. Allora Giasone convocò i capi dei Greci e partì alla volta della Colchide.
Giunone
Giunone si trasformò in vecchia e rimase ad aspettare presso il fiume Eveno per mettere alla prova le menti umane: voleva vedere se qualcuno l’avrebbe trasportata al di là del fiume. Nessuno lo fece, ad eccezione di Giasone, figlio di Esone e Alcimede, che la portò sull’altra sponda: e lei, adirata contro Pelia che aveva trascurato i sacrifici in suo onore, fece in modo che Giasone lasciasse nel fango uno dei suoi calzari.
Il raduno degli Argonauti
Giasone, figlio di Esone e Alcimede, figlia di Climene, condottiero dei Tessali. Orfeo, indovino e citarodo, figlio di Eagro e della musa Calliope, tracio, nato nella città di Flevia, che si trova sul monte Olimpo, presso il fiume Enipeo. Asterione, figlio di Piremo e di Antigone, figlia di Fere, giunse da Pellene (altri lo dicono figlio di Iperasio, proveniente dalla città di Piresia che si trova alle falde del monte Filleo in Tessaglia, dove i due fiumi Apidano ed Enipeo confluiscono). Polifemo, figlio di Elato e di Ippea, figlia di Antippo, dalla città tessala di Larissa: un uomo dal passo lento. Ificlo, figlio di Filaco e di Climene, figlia di Minia, dalla Tessaglia, zio materno di Giasone. Admeto, figlio di Fere e di Periclimene, figlia di Minia, dalla Tessaglia presso il monte Calcodonio, dal quale prendono nome una città e un fiume: si dice che Apollo abbia pascolato le sue greggi. Eurito ed Echione, figli di Mercurio e Antianira, figlia di Menezio, dalla città di Alope che ora è chiamata Efeso (ma alcuni scrittori li ritengono tessali). Etalide, figlio di Mercurio ed Eupolemia, figlia di Mirmidone, che veniva da Larissa. Corono, figlio di Ceneo, dalla città di Girtone che si trova in Tessaglia. Questo Ceneo figlio di Elato, da Magnesia, si mostrò invulnerabile ai colpi di spada dei Centauri: potevano ferirlo soltanto con tronchi appuntiti di alberi; alcuni affermano che in origine era una donna e che per concedersi a Nettuno chiese in cambio di essere mutata in un giovane invulnerabile. Ma questo è irreale perché non è possibile che un uomo non sia ucciso dal ferro o una donna possa trasformarsi in uomo. Mopso, figlio di Ampico e Cloride, al quale Apollo aveva insegnato l’arte mantica; venne da Ecalia o secondo altri da Titaro. Euridamante, figlio di Iri e Demonassa, oppure, secondo altri, di Ctimeno, che abitavano la città Dolopeide presso il lago Xinio. Teseo, figlio di Egeo ed Etra, da Trezene, oppure, secondo altri, da Atene. Piritoo, figlio di lssione, fratello dei Centauri, tessalo. Menezio, figlio di Attore, da Opunte. Euribate, figlio di Teleone, da Eleone. Eurizione, figlio di Iri e Demonassa. Issitione dalla città di Cerinto. Oileo, figlio di Odoidoco e Agrianome, figlia di Perseone, dalla città di Naricea. Clizio e Ifito, figli di Eurito e Antiope, figlia di Pilone, re di Ecalia oppure, secondo altri, dell’Eubea. Costui aveva ricevuto da Apollo l’arte di tirare frecce e si dice che avesse poi gareggiato con il Dio che l’aveva gratificato. Suo figlio Clizio fu poi ucciso da Eete. Peleo e Telamone, figli di Eaco ed Endeide, figlia di Chirone, dall’isola di Egina. Costoro, dopo avere lasciato la patria in seguito all’uccisione del fratello Foco, si stabilirono in luoghi diversi: Peleo a Ftia, Telamone a Salamina, che Apollonio Rodio chiama Attica. Bute, figlio di Teleone e di Zeusippe, figlia del fiume Eridano, da Atene. Tifi, figlio di Forbante e Irmine, dalla Beozia: fu lui il timoniere della nave Argo. Argo, figlio di Polibo e Argia, o secondo altri figlio di Danao; veniva da Argo, vestito con un peloso manto di toro, e fu il costruttore della nave Argo. Flia, figlio del padre Libero e di Arianna, figlia di Minosse, dalla città di Fliunte che si trova nel Peloponneso; altri invece lo dicono tebano. Ercole, figlio di Giove e di Alcmena, figlia di Elettrione, tebano. Ila, figlio di Teodamante e della Ninfa Menodice, figlia di Orione, un efebo. Proveniva da Ecalia o secondo altri da Argo, compagno di Ercole. Nauplio, figlio di Nettuno e di Amimone, figlia di Danao, argivo. Idmone, figlio di Apollo e della Ninfa Cirene, oppure di Abante, argivo. Costui, esperto nella mantica, sebbene avesse compreso dal volo degli uccelli che gli era preannunciata la morte, non volle ugualmente mancare a quella fatale spedizione. Castore e Polluce, figli di Giove e Leda, figlia di Testio, lacedemoni o (come altri dicono) spartani, l’uno e l’altro fanciulli; si dice che sul loro capo, nello stesso momento, fossero state poste delle stelle che li contrassegnavano. Linceo e Ida, figli di Mareo e Arena, figlia di Ebalo, messeni del Peloponneso. Di loro si racconta che Linceo riusciva a scorgere persino le cose nascoste sottoterra e che non esisteva nebbia che potesse ostacolarlo. Altri dicono che nessuno potesse scorgere Linceo durante la notte. Si diceva anche che egli riuscisse a vedere sottoterra perché sapeva riconoscere le vene aurifere e quando vi discendeva e mostrava poi immediatamente l’oro, fece nascere la fama che potesse vedere anche sottoterra. Ida, dal canto suo, era coraggioso e intrepido. Periclimeno, figlio di Neleo e Cloride, figlia di Anfione e Niobe; veniva da Pilo. Anfidamante e Cfeo, figli di Aleo e Cleobule, arcadi. Anceo, figlio, oppure secondo altri nipote, di Licurgo, da Tegea. Augia, figlio di Sole e Nausidame, figlia di Anfidamante; era di Elea. Asterione e Anfione, figli di Iperasio o secondo altri di Ippasio, da Pellene. Eufemo, figlio di Nettuno ed Europa, figlia di Tizio, dal Tenaro: si dice che costui potesse correre sopra l’acqua senza bagnarsi i piedi. Un secondo Anceo, figlio di Nettuno e di Altea, figlia di Testio, dall’isola di Imbraso che un tempo era chiamata Partenia e oggi Samo. Ergino, figlio di Nettuno e Mileto, oppure di Periclimeno, da Orcomeno. Meleagro, figlio di Eneo e Altea, figlia di Testio, ma alcuni lo credono figlio di Marte, da Calidone. Laocoonte figlio di Portaone, fratello di Eneo, da Calidone. Un secondo Ificlo, figlio di Testio e di Leucippe, fratello di Altea per parte di madre, spartano: era un abile corridore e lanciatore di giavellotto. Ifito, figlio di Naubolo, di Focea; altri dicono che fosse figlio di Ippaso, dal Peloponneso. Zete e Calaide, figli del vento Aquilone e di Orizia, figlia di Eretteo; si dice che avessero la testa e i piedi forniti di ali e i capelli azzurri, e sfrecciassero nell’aria. Furono loro a mettere in fuga le tre Arpie Aello, Celeno e Ocipete, figlie di Taumante e Ozomene, cacciandole via da Fineo, figlio di Agenore, all’epoca in cui i compagni di Giasone stavano muovendo verso la Colchide. Esse abitavano le isole Strofadi nel mare Egeo, che vengono chiamate Plote. Queste Arpie si dice che avessero testa di uccello, penne, ali e braccia umane, grandi artigli, zampe di volatile, petto, ventre e apparato femminile umano. Zete e Calaide furono uccisi a colpi di freccia da Ercole; sulla loro tomba è posta una lapide che ondeggia al soffio del vento paterno. Si dice che essi provenissero dalla Tracia. Foco e Priaso, figli di Ceneo, da Magnesia. Eurimedonte, figlio del padre Libero e di Arianna, figlia di Minosse, da Fliunte. Palemonio, figlio di Lerno, da Calidone. Attore, figlio di Ippaso, dal Peloponneso. Tersanone, figlio di Sole e di Leucotoe, da Andro. Ippalcjmo, figlio di Pelope e Ippodamia, figlia di Enomao, da Pisa nel Peloponneso. Esculapio, figlio di Apollo e Coronide, da Tricca ...... figlia di Testio, argivo. Neleo, figlio di Ippocoonte, da Pilo. Iolao, figlio di Ificle, da Argo. Deucalione, figlio di Minosse e Pasifae, figlia di Sole, da Creta. Filottete, figlio di Peante, da Melibea. Un secondo Ceneo, figlio di Corono, da Cortina. Acasto, figlio di Pelia e Anassibia, figlia di Biante, da Ioclo, vestito di una tunica duplice, che si aggiunse come volontario agli Argonauti, scegliendo di essere compagno di Giasone. Tutti questi furono chiamati Mini, o perì che la maggioranza nacque dalle figlie di Minia, o perché Climene, la madre di Giasone, era figlia di Minia. Ma non tutti raggiunsero la terra dei Colchi o ritornarono in patria. Ila infatti fu rapito dalle Ninfe in Misia, presso Cione e il fiume Ascanio; e mentre Ercole e Polifemo lo stavano cercando, furono lasciati indietro, avendo il vento spinto allargo la nave. E Polifemo, abbandonato anche da Ercole, dopo avere fondato una città in Misia, morì presso i Calibi. Tifi morì di malattia tra i Mariandini in Propontide, presso il re Lico; al posto suo prese il timone Anceo, figlio di Nettuno. Idmone, figlio di Apollo, uscito presso lo stesso re Lico a cercare frumento, morì ucciso da un cinghiale; a vendicare Idmone fu Ida, figlio di Mareo, che uccise il cinghiale. Bute, figlio di Teleone, benché Orfeo tentasse di richiamarlo con i suoi canti e con la cetra, fu comunque vinto dal dolce canto delle Sirene e si gettò in mare per nuotare sino a loro; portato dai flutti, Venere lo salvò al Lilibeo. Questi non giunsero fino alla Colchide. Durante il ritorno morirono Euribate, figlio di Teleone, e Canto, figlio di Cerionte; essi furono uccisi in Libia dal pastore Cefalione, fratello di Nasamone, figlio della Ninfa Tritonide e di Anfitemi, del quale stavano razziando le greggi. Mopso, figlio di Arnpico, morì in Mirica per il morso di un serpente. Egli si era aggiunto agli Argonauti durante il viaggio, dopo che suo padre Ampico era stato ucciso. E dall’isola di Dia si aggiunsero i figli di Frisso e Calciope, sorella di Medea: Argo, Mela, Frontide, Cilindro o, come altri dicono, Fronio, Demoleonte, Autolico, Flogio, che Ercole portò con se mentre andava alla conquista del cinto delle Amazzoni e che lasciò indietro terrorizzati da Dascilo, figlio del re dei Mariandini. Quando gli Argonauti furono sul punto di salpare per la Colchide, vollero scegliere Ercole come loro comandante; ma egli rifiutò e propose che quel posto spettasse a Giasone, per il cui impulso tutti si muovevano; perciò il comando fu preso da Giasone. Il mastro d’ascia fu Argo, figlio di Danao; il timoniere Tifi, dopo la cui morte governò la nave Anceo, figlio di Nettuno; a dirigere la rotta a prua si pose Linceo, figlio di Marete, che aveva una vista acutissima; i capi della voga furono Zete e Calaide, figli di Aquilone, che avevano capo e piedi alati; ai remi di prora sedettero Peleo e Telamone; ai remi lunghi Ercole e Ida; gli altri si disposero in ordine ai banchi. Le formule magiche di partenza furono recitate da Orfeo, figlio di Eagro; in seguito, quando Ercole fu lasciato indietro dagli Argonauti, al suo posto sedette Eleo, figlio di Eaco. Questa fu la nave Argo, che poi Minerva trasferì in cielo presso il circolo siderale perché era stata lei a costruirla; fu la prima nave che mai solcasse le acque. Tra le stelle appare a partire dal timone sino alle vele; l’aspetto e la forma di questa costellazione sono descritti da Cicerone nei “Fenomeni” in questi versi: “Ed ecco che Argo scivola presso la coda del Cane protendendo la poppa lucente non come le altre navi che in mare avanzano di prua solcando con i loro rostri i campi di Nettuno ma come quando attraccando in porti sicuri i naviganti fanno virare la nave con una grande ancora e traggono sulla spiaggia molto desiderata la poppa, così l’antica Argo naviga nel cielo all’indietro e protendendo il timone dall’aerea poppa sfiora le zampe del luminoso Cane. Questa nave ha quattro stelle sulla poppa, cinque sul remotimone di destra e quattro su quello sinistro, tutte simili tra loro. In totale, tredici.”
Le donne di Lemno
Sull’isola di Lemno le donne trascurarono di offrire sacrifici a Venere per vari anni; irata, la Dea fece in modo che i loro mariti le disprezzassero, prendendo in moglie donne fatte venire dalla Tracia. Ma le Lemniadi, istigate dalla stessa Venere, ordirono una congiura e massacrarono tutti gli uomini dell’isola, eccetto Ipsipile che imbarcò di nascosto il padre Toante su una nave con la quale fu gettato sull’isola Taurica da una tempesta. Intanto gli Argonauti nella loro navigazione giunsero a Lemno; quando lfinoe, che sorvegliava le porte, li vide, lo riferì alla regina Ipsipile, a cui la vecchia Polisso suggerì di rendersi amici gli Argonauti con un ‘accoglienza ospitale. Ipsipile generò da Giasone i figli Euneo e Deipilo. Dopo essersi trattenuti lì per molti giorni, Ercole li indusse a partire con i suoi rimproveri. Le Lemniadi, quando seppero che Ipsipile aveva salvato suo padre, cercarono di ucciderla, ma ella fuggì. La catturarono alcuni predoni che la portarono a Tebe e la vendettero come schiava al re Lico. Quanto alle Lemniadi, diedero ai figli concepiti con gli Argonauti il nome dei rispettivi padri.
Cizico
Il re Cizico, figlio di Eusoro, ospitò generosamente gli Argonauti nell’isola Propontide; dopo essere partiti di lì e avere navigato per tutto il giorno, una tempesta notturna li ricacciò sulla stessa isola che essi non riconobbero. Cizico, pensando che fossero dei nemici Pelasgi, si batté contro di loro sulla spiaggia, di notte, e fu ucciso da Giasone. Quando, il giorno successivo, sbarcò sulla spiaggia e vide che aveva ucciso il re, lo seppellì e consegnò il regno ai suoi figli.
Amico
Amico, figlio di Nettuno e di Melie, regnava sui Bebrici. Egli costringeva chiunque entrasse nel suo regno a battersi con lui nel pugilato, e dopo averlo vinto lo uccideva. Egli sfidò nel pugilato gli Argonauti: Polluce si batté con lui e lo uccise.
Lico
Lico, re dell’isola Propontide, ospitò con grandi onori gli Argonauti perché avevano ucciso Amico che lo aveva spesso aggredito. Durante il soggiorno degli Argonauti presso Lico, essi uscirono a cercare fieno, e Idmone, figlio di Apollo, morì assalito da un cinghiale; essi indugiarono a seppellirlo, e in quel frattempo morì anche Tifi, figlio di Forbante. Allora gli Argonauti affidarono il timone della nave Argo ad Anceo, figlio di Nettuno.
Fineo
Fineo il trace, figlio di Agenore, ebbe da Cleopatra due figli che poi accecò per le calunnie della loro matrigna. A quanto pare Apollo aveva concesso a questo stesso Fineo il dono della divinazione; ma poiché rivelava le intenzioni degli Dèi, Giove lo accecò e mise alle sue calcagna le Arpie - i cosiddetti cani di Giove - perché lo tormentassero portandogli via il cibo dalla bocca. Quando gli Argonauti arrivarono da lui e gli chiesero di indicare loro la strada, Fi neo si disse disposto a farlo, purché lo liberassero dal suo castigo; allora Calaide e Zete, figli di Orizia e di Borea, che pare avessero capo e piedi alati, cacciarono le Arpie nelle isole Strofadi, liberando così Fineo dalla sua condanna. L ‘indovino insegnò dunque agli Argonauti il modo per passare le Simplegadi: avrebbero dovuto lanciare una colomba tra le rocce, aspettare che cozzassero tra loro e insinuarvisi subito dopo, approfittando del successivo riflesso. Così gli Argonauti, grazie al consigli di Fineo, riuscirono a superare le Simplegadi.
Gli uccelli stinfalidi
Quando gli Argonauti giunsero all’isola di Dia, gli uccelli di quel luogo li bersagliarono con le loro penne come se fossero frecce. Essi non potevano resistere alla moltitudine degli uccelli; allora, per consiglio di Fineo, afferrarono scudi e lance e, battendoli tra loro, come fanno i Cureti, misero in fuga gli uccelli.
I figli di Frisso
Dopo che gli Argonauti passarono attraverso le rupi Cianee, dette anche Simplegadi, ed entrarono nel mare chiamato Eussino, per volontà di Giunone giunsero nel loro errare all’isola di Dia. Qui trovarono, naufraghi, nudi e privi di ogni mezzo, i figli di Frisso e Calciope: Argo, Frontide, Mela e Cilindro. Essi esposero a Giasone le proprie peripezie: mentre stavano navigando per ritornare dal nonno Atamante, erano naufragati ed erano giunti lì. Giasone li accolse e prestò loro soccorso; ed essi guidarono Giasone sino alla Colchide attraverso il fiume Termodonte. Quando furono non lontano dalla Colchide, fecero nascondere la nave e raggiunsero la loro madre Calciope, sorella di Medea, alla quale parlarono dell’aiuto che avevano ricevuto da Giasone e del motivo per cui era arrivato. Allora Calciope si rivolge a Medea e la conduce, assieme ai propri figli, da Giasone. Quando lo vide, Medea riconobbe che era lui l’uomo che aveva amato in sogno, per impulso di Giunone; gli promette tutto, e insieme lo conducono al tempio.